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- domenica 08/03/2026 -
Paestum: La politica è qui di Ida Dominijanni
La politica è qui
di Ida Dominijanni (il manifesto, 8 ottobre 2012)
Altro che antipolitica: all’ombra delle rovine di Paestum, tracce parlanti del tempo che alla polis diede origine, quello che si respira è un inequivocabile e dichiarato desiderio di politica. Altro che rottamazione: fra le ottocento e più femministe di ogni età convenute da ogni dove il conflitto generazionale, quando c’è, si gioca in presenza, guardandosi negli occhi, incontrandosi e scontrandosi, ascoltandosi e modificandosi a vicenda. Altro che sprechi: ospitalità generosa e contribuzione condivisa danno corpo a un’economia della cura che vive e consente di vivere nelle pieghe della crisi di civiltà.
(l'intervento di Lia Cigarini, tra le promotrici del Convegno)
La pratica femminista funziona così: mette in scena più che stilare programmi, mostra il cambiamento più che dichiarare intenzioni, modifica la soggettività più che enumerare obiettivi. Quello che Paestum ha messo in scena è un altro ordine del discorso, un altro vocabolario, un’altra modalità, e non da ultimo un’altra estetica della politica a fronte di quelli correnti. Nulla di nuovo, si dirà, rispetto alla parabola quarantennale del femminismo, e invece sì. Perché se all’origine il taglio femminista significò il desiderio delle donne di collocarsi altrove e altrimenti rispetto alla politica data, oggi l’altrimenti resta ma l’altrove cade: il desiderio è di mettersi al centro della trasformazione, e di guidarla. La differenza, se proprio la si vuole racchiudere in un’istantanea, fra Paestum 1976 e Paestum 2012 sta innanzitutto qui: e racchiude la certezza, per dirlo con le parole conclusive di Lea Melandri, che il femminismo ha sedimentato non solo «passioni durature», ma anche e soprattutto «un patrimonio di saperi e pratiche che oggi hanno qualcosa di importante da dire nella crisi di civiltà». In primo luogo, e con enorme anticipo rispetto alle filosofie che oggi gareggiano nell’accademia, l’assunto che, per avere un senso, la politica deve muovere ed essere mossa dalla vita (primum vivere, slogan dell’incontro), e che dunque l’unica mossa che vale contro la governamentalità biopolitica di oggi è quella di una soggettività esposta in prima persona, di una pratica non alienata in regole e procedure, di una parola aderente non all’ideologia ma all’esperienza, di un’azione non differita nel programma o nell’utopia ma sperimentata nel qui e ora. In secondo luogo, la consapevolezza che la crisi che oggi viviamo - crisi della politica, dell’economia, ma anche e prima del patriarcato sottostante all’una e all’altra - è una crisi già segnata dalla presenza e dalla libertà femminile, e che per questo chiama le donne a un salto di responsabilità e di creatività.
Partiva proprio da qui, dall’analisi di un presente già modificato dalla rivoluzione femminile, la lettera di convocazione dell’incontro, che invitava ad analizzare questa modificazione da tre angoli (rappresentanza e autorappresentazione, lavoro e cura, sessualità e potere). E che forse avrebbe potuto e dovuto orientare la discussione più di quanto talvolta, nella brevità degli interventi obbligata per ascoltarsi in tante, non sia avvenuto. Sulla questione della rappresentanza ad esempio, dove si pesa una qualche ripetitività delle posizioni: da un lato chi punta alla formula magica della «democrazia paritaria» del cosiddetto «50 e 50», metà uomini metà donne in tutte le sedi della rappresentanza e della decisione, dall’altro lato chi avverte che la formula magica neutralizza la differenza sessuale, non risolve il problema della relazione fra rappresentante e rappresentata, non scioglie il nodo duro del conflitto fra le donne che, nelle sedi della decisione, si adeguano all’ordine maschile e donne che tentano di modificarlo. Si tratta, dice chi ci crede, di un trucco «per la riduzione del danno» (Marina Terragni), di una misura di giustizia minima, di una tappa di avvicinamento a una reale convivenza democratica (Alessandra Bocchetti). Inevitabile, controbatte chi non ci crede, che il trucco porti acqua al mulino della parità, in un momento in cui non a caso è sul tavolo dell’inclusione paritaria, e non più dell’esclusione, che puntano gli uomini (Maria Luisa Boccia). E’, questo della rappresentanza, il punto di maggiore tangenza (per chi crede al «50 e 50»’) e di maggiore distanza (per chi non ci crede) dalle posizioni di «Se non ora quando» (che Mariella Gramaglia invita a non rimuovere dalla discussione); nonché quello su cui più si riflette l’oscillazione di tutto il dibattito pubblico fra rigetto e salvataggio in extremis del dispositivo rappresentativo. L’invito a riformulare il problema a partire da un’interrogazione più ravvicinata dell’esperienza delle donne che abitano i luoghi della decisione, dei costi e dei vantaggi che ne traggono per sé e per le altre, degli spostamenti che producono o non producono (Cigarini), è l’indicazione migliore che emerge dal dibattito.
Non è però tanto la rappresentanza quanto il lavoro a prendersi prepotentemente la scena, e ben più della sessualità di cui invece si parla poco o niente. Ma qui il lavoro non è solo quello che c’è e quello che non c’è, quello garantito e quello precario, quello fisso e quello intermittente: è prima di tutto investimento di energia e di desiderio, progetto di sé e relazione con altre e altri, realizzazione o delusione, racconto d’esperienza, spesso ferito dalla mancanza di restituzione. E’ anche il tema su cui più si affaccia, e si decostruisce, il conflitto generazionale. La condizione precaria, subìta come impedimento all’emancipazione ma anche rivendicata come occasione per uscire definitivamente dal fordismo a misura maschile (Celeste Costantino), traccia la linea dell’identificazione delle più giovani rispetto al femminismo «storico», troppo approssimativamente assegnato all’età d’oro del lavoro e dei diritti. E’ un’identificazione comprensibile, ma che non fa i conti con la precarizzazione del lavoro e delle vite che coinvolge tuttea tutte le età (Alisa Del Re). E rischia altresì di imprigionare nella condizione oggettivata del «precariato» l’articolazione soggettiva delle esperienze, delle scommesse, dei desideri che decide delle singolarità, e che può fare la differenza della pratica femminile nel movimento dei precari o nella rivendicazione del reddito di esistenza, che alcune (il gruppo delle «Diversamente occupate») pongono come condicio sine qua non di qualunque possibilità di autodeterminazione femminile oggi. Vale anche qui il richiamo a non regredire a una concezione economicistica o sociologica della condizione femminile (Loretta Borrelli ), e a decostruire le formule in cui i contrasti generazionali possono incistarsi invece di aiutare la modificazione collettiva.
C’è di mezzo il «riconoscimento di soggettività» che le giovani a ragione rivendicano. Ma che non è affatto in contraddizione con il riconoscimentodi genealogia che fa la storia e la forza del femminismo. Se un fantasma aleggiava sull’incontro di Paestum, quello di una nostalgia dell’origine senza ricambio, quel fantasma si è dissolto. «Non è per una combinazione astrale che sono qui, ma perché ho avuto accesso a una storia, a una genealogia, a una bibliografia: smettetela di flagellarvi come se non ci aveste trasmesso nulla», sintetizza efficacemente qualcuna. E se Eleonora Forenza affida allo slogan «qui siamo tutte femministe storiche» il desiderio delle giovani di scrivere la storia di oggi senza dimenticare quella di ieri, significa che a Paestum qualcosa di buono è accaduto.