L'intelligenza dell'amore

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L'intelligenza dell'amore

Luisa Muraro 
Su: "L'Unità" 23 febbraio 2000

Questo tema non appartiene, in senso stretto, al pensiero femminista ma alla mia ricerca, che però si è sviluppata in uno scambio ininterrotto, senza essere esclusivo con il femminismo: testi, pratiche, rapporti e incontri d'ogni tipo. L'intelligenza dell'amore è una formula che si può incontrare nella mistica cistercense (intellectus amoris), in Margherita Porete (entendement d'amour), in Dante (intelletto d'amore), cioè nella più viva cultura medievale tra il XII e il XIV secolo. Fu questa un'epoca felicissima della cultura europea, caratterizzata da una molteplicità di scambi, tra Islam, cristianesimo, ebraismo, Oriente e Occidente, e di passaggi, dall'antichità alla modernità, dalla campagna alla città, dal latino alle lingue materne. La formula non significa che l'amore sarebbe, nei confronti dell'intelligenza, un effetto o una causa, ma che esso stesso è intelligenza (amor ipse intellectus est), la più profonda. Ora io penso che questa nulla possa nominare senza fare torto alla sua matrice storica, qualcosa che ho scoperto con il femminismo, che è, in breve, la possibilità di agire efficacemente facendo riposare la volontà (soprattutto quella buona, che lavora da più di duemila anni ed è esausta) facendo lavorare il desiderio, per il quale, a certe condizioni, lavorare non è più faticoso di quanto sia il giocare per le creature bambine. Quali condizioni? Quelle di una pratica politica ben trovata.

É stato grazie all'invenzione della pratica politica dell'autocoscienza, semplice e contagiosa, che la differenza femminile, che sembrava tutta pregiudicata dal patriarcato, si è rivelata essere la via regia della nostra libertà, mentre, fino al tempo di Simone de Beauvoir compresa, pareva che ci fosse solo la strada dell'uguaglianza con gli uomini.

La storia del femminismo è la storia delle sue pratiche, che sono molte e varie, ma due sono i tratti comuni a tutte: il partire da sé e la relazione fine a se stessa, che disegnano una struttura, del sapere come dell'agire, aperta a sviluppi senza fine. L'altro, l'altra diventano, infatti, il termine di un rapporto in cui io stessa sono in gioco, io stessa cambio, e l'altro non è oggetto (di conoscenza, desiderio, progetto...), ma termine di uno scambio sempre contrattato in cui la conoscenza, il desiderio, il progetto possono circolare e ricrearsi. Con il femminismo ho scoperto, per prima cosa, che l'esporsi all'incontro e ai rapporti diventa fonte di esistenza libera non per quello che gli altri ti apportano ma per tutto quello che di te cambia in questa esposizione. E ho capito che, fuori dalla violenza, aperta e occulta, del potere, non c'è altro modo di cambiare le cose che essere disposti a cambiare se stessi ed il proprio rapporto con gli altri, il paradigma perenne di questa disponibilità essendo l'amore liberamente offerto e liberamente accettato. Dio altro non era che questo, nel Medioevo, per le donne e gli uomini che avevano l'intelligenza dell'amore. Si tratta per noi come si trattò per loro, alla parabola della metafisica/antimetafisica occidentale, che ci fa credere che l'essere dipenda da una nostra misura, che si è chiamata verità, giustizia, virtù, diritto, scienza. E alla quale noi stessi ci sottoponiamo qualche volta gratificati, qualche volta torturati, piu’ spesso ingannati. A me pare che la politica di sinistra o progressiva, quale che fosse la sua filosofia, materialismo compreso, non si sia mai sottratta al volontarismo della metafisica occidentale, che ti ricatta e ti punisce, se non sei all'altezza, di che cosa, ora lo sai, ora non lo sai, e che ti proietta sempre in avanti esponendoti a scacchi e smentite che il sistema del potere adotta per selezionare gli invidui dotati di una volontà piu’ dura. Non so se la sottoscritta sia destinata a passare la selezione, ma ricordo che, ancora giovane, la mia anima era già piena di cicatrici e le forze che spendevo di qua e di là, non tornavano indietro. Allora ho scelto la pratica politica delle donne. Non sono mai riuscita a spiegare questa cosa ai militanti della sinistra, neanche alle donne, persone generose e alcune dotate di qualità umane di prim'ordine.

Spiegare che il mio non era un cedimento al soggettivismo, all'intimismo, ma politica, politica di quel desiderio di cui è stato scritto che fa girare il sole e le altre stelle. Intendiamoci, io penso al desiderio femminile, questo dev'essere il punto che continua a fare problema, desiderio infondato perché senza oggetto, ed apparentemente impolitico, perché’ poco interessato al potere, e poco appariscente perché non si dedica alla costruzione di oggetti. Ma, in definitiva, più vicino all'infondatezza costitutiva di ogni desiderio, infondatezza che le donne mostrano, storicamente, di reggere meglio degli uomini. Per cui, a rigore, non dovremmo parlare di una differenza femminile ma di una differenza maschile, così come dovremmo parlare (e talvolta si è parlato) di una superiorità femminile quanto all'amore. E alla sua intelligenza. Di questa intelligenza, perché non sembri una cosa troppo misteriosa, dirò quello che sono riuscita a riconoscere grazie alla politica delle donne, che è la sua capacità di aprire un passaggio: dalla finitezza alla mancanza, dalla miseria della condizione umana (che, con i progressi del libero mercato, della scienza medica e dei diritti individuali, ci accomuna sempre meno e ci divide sempre più) alla ricchezza senza fine di parlare, ascoltare, amare, sapere di essere amati. La filosofia occidentale, da Platone a Marx a Nietzsche, ha pensato l'oltrepassamento dialettico della nostra finitezza mirando all'autosufficienza.

Anche l'amore è stato concepito come un mezzo dialettico per superare la dipendenza dall'altro. Lo potete leggere già nel Simposio di Platone, testo inaugurale di una perversione che lì opera dal vivo, con la traduzione platonica dell’insegnamento di Diotima. "Ma Diotima non è mai esistita", dice una parte degli studiosi, fra cui il nostro Giovanni Reale (che, del Simposio, ha curato, per Rusconi, un'edizione accessibile e rigorosa, insieme). Questo non ci sorprende. La filosofia contesta l'esistenza di Diotima, la maestra di Socrate, così come ignora il passaggio che porta, direttamente, dalla dipendenza accettata all'inesauribile ricchezza degli scambi liberi con l'altro, secondo un'economia simbolica che è centrata sulla relazione e che va alla scuola dell'amore. L'amore, in effetti, non teme d'essere trovato mancante.

Luisa Muraro
Su: "L'Unità" 23 febbraio 2000