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- Daniela Pellegrini 1964 Primo gruppo di donne in Italia, a Milano
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- Ereditare il femminismo
La scelta femminista

Perché la rivolta delle donne
ha superato il fallimento di socialismo e comunismo
Luisa Muraro
Su: "L'Unità" 16 febbraio 2000
Il punto preciso, della frattura epocale che ha segnato soprattutto quelli della mia generazione e dintorni, è costituito dal fallimento dei progetto di rivoluzione sociale chiamato socialismo e comunismo, fallimento che si è trascinato dietro tutta una civiltà progressista. Con il credito che si dava logicamente al potere politico necessario alla realizzazione dei progetti. Questa constatazione rende tanto più notevole il fatto che tra i movimenti progressisti, quello femminista sia arrivato fino ai nostri giorni oltrepassando il punto di frattura, ed entrando così nella civiltà o nell’epoca che siamo costretti a chiamare postmoderna, il suo nome essendo di là da venire. Non si parla di un «femminismo postmoderno» la formula fu coniata ma cadde perché parlava di una soluzione di continuità che lo riguardava solo in parte.
La percezione chiara di ciò me l’ha data la lettura dl «feminismos fin de Siglo» (una recente pubblicazione dell’Agenzia Fempress che dal Cile opera per tutta l’America latina) e specialmente del contributo della uruguaiana Nea Filgueira, “Recuperar las formas del hacer y el decir”: Se il femminismo non si è collassato con le altre ideologie progressiste, è stato in forza delle sue pratiche.
Per alcuni aspetti il movimento femminista apparteneva, non c’è dubbio, alla cultura politica di prima (della frattura). Era di allora l’enfasi sull’oppressione e la liberazione, nutrita dalla nostra facile identificazione con gli oppressi. Era di allora anche una certa idea di rivoluzione che ci lasciava credere che, facendo leva su una qualche speciale contraddizione, avremmo rovesciato tutto l’ordine esistente. "Quale contraddizione? quale ordine? e perché rovesciarlo?,, ci chiede chi si è formata/o in questi due ultimi decenni. Avevamo, chi più chi meno un’idea piuttosto macchinosa ma unitaria, della realtà e, soprattutto, una tendenza ad allucinare il potere del potere cui faceva da contrappeso la sopravvalutazione della teoria con suoi strumenti di analisi critica: ci pareva che penetrassero la realtà da parte a parte svelando così trucchi del potere, dovunque si annidassero, fosse pure tra noi. Ma è stata proprio l’esperienza politica nel gruppi femministi che mi/ci ha insegnato a prendere le distanze da quel prometeismo intellettuale per imparare insieme ad un alto linguaggio, anche un altro senso della teoria. Oggi vedo come il valore di una teoria stia nel suo potenziale di relatività. Una teoria, così intesa, non scopre niente, non svela niente, non scavalca né demolisce le vedute correnti, per quanto povere o contraddittorie ma le rende traducibili in altro, così come fanno le lingue vive, così come sono i segni: grandi traduttori. Una teoria così intesa dà per prima l’esempio della traducibilità, rendendo fra loro comunicanti esperienze differenti, senza unificarle. E’ fatta perché altro sia dicibile ed è sbagliata quando interdice il dirsi di altro.
Il taglio che la scelta femminista ha dato alle nostre vite, si è rivelato essere anche un taglio dato alla cultura, compresa quella filosofica e scientifica. Accordare il modo di vivere con le vedute teoriche non esige, per noi, uno speciale impegno morale, perché una cosa nasce dall’altra. Il femminismo ha ispirato testi dotati, come si dice, di spessore teorico che però non operano la sostituzione del mondo dell’esperienza così come ce la rappresentiamo comunemente, con un mondo di oggetti astratti e sistematici, maneggiabili solo da specialisti.
Un esempio notevolissimo del taglio femminista è costituito da «Tre ghinee, di Virginia Woolf, in cui brilla l'operazione teorica originale del femminismo, che è di trasformare le rappresentazione della realtà in una sua "ri-presentazione" che sprigiona il senso pregiudicato (inchiodato nel pregiudizio) e dona senso a ciò che sembrava insensato. Sono ricorsa a questo gioco di parole per rendere, il più brevemente, la vita che anima il linguaggio di donne o uomini: mi viene in mente l’ultimo Almodovar, “todo sobre mi madre”. . non più comandato dalla volontà di sapere-dominare-rappresentare l’altro da sé, il linguaggio che ha presente, a livello generativo, la differenza femminile. Quando uso questa formula, molte (femministe e non) si oppongono e io credo di capire perché e do loro ragione Devo solo spiegarmi meglio.
Con "differenza femminile" intendo dire che c’è qualcosa nel femminismo che si sottrae al teatro della storia: lo si sentiva nelle manifestazioni degli anni Settanta, per alcune di noi stonate ed imbarazzanti, per altre esaltanti oltre misura. E che questo qualcosa non ha niente di specialmente femminista: è il desiderio femminile, desiderio che, nella definizione fallica, non ci sta, la eccede, da sempre e normalmente, con "eccessi" talvolta notati, ma il più delle volte passati sotto silenzio a marcare le vite di innumerevoli donne, la cui storia invano tenta di ricostruire chi non sa come entrare in relazione di scambio con l’altro da sè, o non vuole.
La differenza femminile così intesa, ma detta in termini diversi dai miei, fa da perno ad un piccolo libro femminista molto stimolante e tutto da discutere «Soggetti eccentrici» di Teresa de Laurentis (Feltrinelli 1999). Dice ad un certo punto, ragionando sulla resistenza opposta al simbolico dominante dall’inconscio femminile «Non si potrebbe pensare questo eccesso come una resistenza all’identificazione o una disidentificazione dalla femminilità, che non dà luogo necessariamente al suo opposto, non diventa una identificazione con la mascolinità ma si traduce in una forma che eccede la definizione fallica?»
Non si capisce la presa che ha avuto il femminismo se non sì considera la sua rispondenza con qualcosa che c’era già nella cultura delle donne. Noi, quelle che siamo viste come le femministe storiche, siamo sempre state più donne che femministe. L’umanità femminile è stata e resta fattore di sbilanciamento del femminismo al quale ha impedito di autoidentificarsi e di integrarsi nel panorama della cultura che conta, proprio in forza di un desiderio la cui molla è contraria alla logica dell’identità. Non posso nascondere che questa eccentricità femminile è stata per me a volte terribilmente urtante e frustrante (lo racconto nel mio contributo a «Feminismos fin de Siglo»). Né intendo qui rivalutarla ideologicamente come un’alternativa bella e pronta all’ordine logo-fallocentrico, scusate la parola vecchia o arzigogolata. Dico solo che, se il femminismo non sì è mai rispecchiato in una organizzazione, se non si è mai costruito il teatro della sua autoconferma, come hanno fatto invece i movimenti a protagonismo maschile, c’entra il desiderio femminile con la sua apertura ad altro da sé. Con la sua ambiguità? Con la sua ambivalenza? Non sono in tutto d’accordo con le teorie che per rendere conto della differenza femminile, hanno avanzato questi termini, sia pure connotati positivamente, «La forza dell’ambiguità» è il titolo di un articolo apparso anni fa su “Inchiesta”. (ott-dic, 1988), e firmato da Isabelle Bertaux, Cristina Borderias, Adele Pesce. Il loro tentativo va nella direzione di uscire dalla logica dell’uno, del medesimo dell’identità, ivi compresa quella femminista. Ma chiedo e cerco che non sia tutto e solo a carico dalla differenza femminile. Al femminismo chiedo infatti di continuare a inventare pratiche e mediazioni perché la differenza femminile, da quello che sembrava essere un pregiudizio patriarcale, diventi la strada più diretta alla libertà delle donne.
Luisa Muraro
Su: "L'Unità" 16 febbraio 2000
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