Donne, ambiente, etica delle relazioni.

StampaInviaPDFEPUB

Donne, ambiente, etica delle relazioni.

Prospettive femministe su economia e ecologia

di Elisabetta Donini

Nella varietà dei filoni di femminismi ambientalisti ed ecofemminismi che si sono sviluppati negli ultimi decenni, mi riprometto di fissare l’attenzione su alcuni aspetti che mi paiono rilevanti per ragionare della situazione attuale e delle pressioni materiali e culturali che oggi vengono esercitate in nome della crisi economica globale, all’insegna di un rilancio di quelle stesse dinamiche che la hanno generata, anziché di un loro radicale ribaltamento. Come cercherò di discutere nei punti seguenti, mi sembra infatti che l’enfasi posta sul ritorno alla “crescita”, quale necessità ineludibile per sanare i dissesti che stanno sconvolgendo le vite di milioni di persone, sia a dir poco in contrasto con la sempre più diffusa consapevolezza dei vincoli insiti nel carattere intrinsecamente finito dei processi di interazione con la natura e con l’ambiente.

Coscienza del limite: il movimento delle donne dopo Cernobyl

Nella seconda metà degli anni ’80 del secolo scorso, una delle linee più vivaci e incisive del movimento delle donne è stata quella dell’incrocio tra prospettive femministe ed ecologiste. Concentrando l’attenzione sull’Italia, desidero richiamare come al disastro nucleare di Cernobyl di fine aprile 1986 sia seguita un’immediata presa di parola di tante, che – in tante sedi e modi diversi – vollero e seppero leggere nel singolo “incidente” la manifestazione esemplare di una logica socio-economica e di un modello di sviluppo in cui non si riconoscevano proprio a partire dal loro porsi in quanto donne. Uso intenzionalmente termini di tipo generale e che possono suonare anche un po’vaghi, ma che mi paiono adeguati alla diversità dei percorsi e degli orientamenti che si sono intrecciati in quegli anni, non riducibili ad un’unica matrice femminista, ecofemminista o ambientalista. Dal sentirsi direttamente toccate nel concreto della vita quotidiana (quando divenne problematico il consumo di verdure a foglia larga o l’esposizione all’aria del bucato, giusto per richiamare i primi assilli del maggio ’86) al prendere iniziative per incidere sulle politiche economiche e sulle scelte energetiche e produttive, prese rapidamente forma un ampio movimento di donne che unirono alla critica dei modelli in atto la proposta di linee alternative. Su entrambi i piani fu cruciale riconoscere e denunciare gli squilibri e i dispoteri dell’impianto di genere 1 che sottendeva quelle politiche e quelle scelte: la dimensione androcentrica e patriarcale della pretesa di dominio sia sulla natura sia sulle manipolazioni tecnologiche di essa, la polarizzazione al maschile dell’imperativo del progresso, della corsa al rischio, del gigantismo industriale… questi e molti altri furono i nodi attorno a cui si intrecciarono analisi condotte con occhi e voci di donne. Tra le formulazioni in cui più convintamente conversero molte strade vi fu la “coscienza del limite”; già ai primi di luglio del 1986 “Scienza, potere, coscienza del limite. Dopo Cernobyl, oltre l’estraneità” fu il titolo di un incontro che si tenne a Roma (Leonardi 1986). In quell’occasione – come in molte altre del periodo in questione 2 – vennero portate a confronto le dimensioni oggettive e soggettive del percorso politico e mentale cui si stava dando corpo: da un lato, la presa d’atto della finitezza delle risorse3 ambientali cui attingiamo di continuo nei processi di vita e di lavoro e la consapevolezza che non ve ne può essere una rigenerazione illimitata, specie nello scarto sempre più incalzante tra i tempi storici dell’azione umana sull’ecosistema e quelli biologici delle sue intrinseche trasformazioni; d’altro lato, la tensione a plasmare in positivo la consapevolezza della portata soggettiva e parziale di ogni modo – singolo e di gruppo – di guardare al mondo e di interagire con esso, coniugandola secondo un’etica della responsabilità attenta alla complessità delle dinamiche entro cui ci si muove, fuori da ogni aspirazione arrogante di controllo.

Critica della scienza, movimento femminista, movimento ecologico

Uscire dai miti prometeici fu uno dei riferimenti che circolarono, sintesi suggestiva delle due dimensioni che ho richiamato sopra e di cui vorrei discutere ora in particolare un risvolto: quanto negli anni ’80 la critica femminista della scienza e della tecnologia abbia contribuito a rendere possibili nuovi orizzonti circa le forme di conoscenza e le pratiche di intervento attraverso cui si dispiega il rapporto con la natura. Diverse studiose femministe giunsero a proporre una svolta epistemologica decisiva mettendo in discussione il canone dell’oggettività, assurto da secoli a criterio distintivo del sapere scientifico in senso forte, in quanto garantito – da Francesco Bacone e Galileo Galilei in poi – dalle procedure di validazione del metodo sperimentale. Ricondurre l’asserita oggettività della scienza alla soggettività del maschile (anzi, della particolare costruzione del maschile che agli inizi dell’età moderna nutrì in Europa le fortune congiunte della rivoluzione scientifica, di quella industriale e di quella capitalista) portò a trasformare radicalmente le indagini femministe sulla scienza, passando dalla “questione delle donne nella scienza” alla “questione della scienza nel femminismo” (Harding 1986). Nonché non essere inverata dai dati – o per lo meno essere di volta in volta verificabile, in un continuo, tendenziale spostarsi del suggello della verità – la conoscenza scientifica apparve segnata dalle peculiarità e parzialità dell’identità di genere degli uomini che ne erano stati i padri fondatori, da un lato con l’aspirazione alla razionalità astratta e disincarnata di cui dovrebbe essere capace “l’occhio della mente” dell’uomo-soggetto universale (Keller-Grontkowski 1983); dall’altro con la volontà di controllo e manipolazione di un mondo reificato di cui si è fatto protagonista l’uomo imprenditore. Un testo, tra quelli che ebbero maggiore eco anche nel dibattito italiano di quegli anni, mise esplicitamente in campo – tanto in sede di rilettura storica quanto come orizzonte culturale e visione trasformativa – il legame tra movimento femminista e movimento ecologico. Ogni volta che prendo in mano La morte della natura di Carolyn Merchant (1979) avverto ancora vivissima l’emozione che mi pervase (e che sentii poi in tante altre, quando accadeva di ragionarne insieme) seguendo il filo di quello studio affascinante: come la natura e il femminile vennero messe a morte insieme nell’Europa del ’500 -’600, nella transizione dal mondo-organismo al mondo-macchina, presupposto e cardine dei primi passi al tempo stesso della scienza moderna e del sistema capitalistico. Cito un passo che continua a colpirmi per l’intensità con cui la sensibilità e la soggettività dell’autrice riescono a proiettarsi sull’analisi storica e ad illuminarne il senso:

La natura animata vivente morì, mentre il denaro inanimato morto fu dotato di vita. Capitale e mercato avrebbero assunto sempre più gli attributi organici della crescita, della forza, dell’attività, della pregnanza, della debolezza, del decadimento e del collasso, oscurando e confondendo le nuove relazioni sociali sottostanti della produzione e della riproduzione che rendono possibili la crescita e il progresso sociali. La natura, le donne, i negri e i lavoratori salariati furono avviati al nuovo status di risorse “naturali” e umane per il sistema del mondo moderno. Forse l’ironia ultima in queste trasformazioni fu il nuovo nome dato loro: razionalità. (Merchant 1979, trad. it. 1988, p. 353)

Lo sguardo e le intenzioni da cui scaturivano riflessioni quali quelle che ho appena riportato sono dichiarate da Carolyn Merchant sin dalle prime pagine del volume, quando si rifà al movimento femminista e a quello ecologico, evocando di entrambi l’afflato sovversivo:

Scrivere la storia da un punto di vista femminista vuol dire capovolgerla: ossia vedere la struttura sociale dal basso e proporre alternative ai valori prevalenti […] Tanto il movimento delle donne quanto quello ecologico sono fortemente critici verso i costi della competizione, dell’aggressività e del dominio derivanti dal modus operandi dell’economia di mercato in natura e nella società. L’ecologia è stata una scienza sovversiva nel denunciare criticamente le conseguenze di una crescita incontrollata associata al capitalismo, alla tecnologia e al progresso, concetti che negli ultimi due secoli sono stati considerati con reverenza nella cultura occidentale (Ivi, p. 32).

È ancora attuale quel doppio slancio? L’impegno con cui allora ritenevamo in tante di poter tracciare percorsi di liberazione dal dominio degli uomini sulla natura e sulle donne è stato efficace? Quali e quanto profondi cambiamenti si sono prodotti nei modi di vita, nelle relazioni sociali, nelle politiche economiche, nelle culture e nei linguaggi? Per tentare qualche risposta vorrei ora seguire proprio quest’ultimo filone: come si sono riflessi nel senso comune e negli orientamenti diffusi i ripensamenti e le svolte degli ultimi decenni.

Crescita, sviluppo, crescita. Slittamenti di senso

Se Rachel Carson, con il suo Silent Spring del 1962, fu una figura di riferimento forte per le e gli ambientaliste/i degli anni ’60 e ’70, un’altra donna – Donella Meadows – fu coautrice di una delle pubblicazioni su cui poco più tardi si fondò la critica ecologica dell’economia. Comparso nel 1972 con il titolo originale The Limits to Growth (Meadows et al. 1972), nella traduzione italiana apparve come I limiti dello sviluppo, con una variazione semantica tanto incomprensibile quanto inopportuna. Laura Conti, altra figura fondativa, rievocata da molte e molti come “la madre del movimento ecologista in Italia” 4 , ebbe spesso a deplorare quella strana scelta editoriale: la difficoltà a proporre i ragionamenti sui limiti fisici degli scambi possibili con l’ambiente – siano essi di materia che di energia – le pareva fosse stata resa ancora più acuta dalla sostituzione impropria di “crescita” con “sviluppo”. Mentre infatti nel primo caso ci si misura con una intrinseca finitezza nello spazio e nel tempo di ciò che può essere prelevato e utilizzato, nel secondo caso occorre piuttosto discutere dei processi qualitativi di trasformazione e diversificazione, non necessariamente basati su un’espansione quantitativa. L’argomento era ed appare ancora ben fondato, ma anche la nozione di sviluppo è discutibile e fu infatti radicalmente criticata da quante e quanti mettevano in dubbio che la sempre più netta evidenza dei disastri ambientali causati dal sistema socio-economico prevalente potesse venire considerata come un insieme – sfortunato e correggibile – di incidenti di percorso, non tali da inficiare la fiducia nel progresso. Come accennavo sopra a proposito dei dibattiti della seconda metà degli anni ’80 in Italia, il movimento delle donne dopo Cernobyl si concentrò proprio sulla critica del modello di sviluppo improntato all’assoggettamento scientifico-tecnologico delle risorse e dei processi naturali, per piegarli secondo gli interessi di particolari gruppi o individui. Ma il mutamento di ottica apparve ancora più radicale nelle denunce che cominciarono a farne donne di paesi del Sud del mondo, alle prese con uno sfruttamento della natura – imposto dal Nord – che devastava le loro vite, le loro culture, il loro ambiente fisico e sociale. Una femminista spiccò allora ed è tuttora tra i riferimenti più importanti: Vandana Shiva (1988), che con il suo Staying Alive a fine anni ’80 riuscì a condensare nella nozione di “malsviluppo” – mal(e) development – l’intreccio di ingiustizie ed oppressioni in cui patriarcato e capitalismo si sono saldati nella dominanza di genere del maschile. Tra convergenze e tensioni, alleanze e conflitti, tanto nel Nord quanto nel Sud del mondo l’ambientalismo femminista ha prodotto effetti concreti nei modi di vita e nelle sensibilità diffuse, molto al di là di quanto si sia affermato come prospettiva teorica e politica. Cito qualche aspetto che mi pare importante: il riconoscimento dei lavori legati alla sussistenza piuttosto che al mercato, di cui sono protagoniste le donne dai villaggi africani a quelli indiani o del Sud America e che sono intessuti di cura e conservazione dell’ambiente, non di devastazione e rapina; la pressione per ridefinire tra donne e uomini tempi e compiti della “produzione” e della “riproduzione”, per un assetto meno squilibrato dei ruoli di genere e per una reinvenzione del femminile e del maschile nella vita delle persone, al di là degli stereotipi; la presa di coscienza anche nei paesi ricchi dell’insostenibilità dei modelli volti a un rilancio continuo dei consumi; l’attrazione per stili di vita sobri e rispettosi delle dinamiche ambientali, dai modi e luoghi di produzione dei cibi, al recupero, riciclo, risparmio di materia e energia, oltre la logica dei rifiuti e dello spreco… Eppure, mentre nel quotidiano di tante persone, donne e uomini, questi mutamenti sono avvenuti e mentre nel senso comune e nelle culture diffuse ragionare di decrescita ben vissuta e ben condotta (Latouche 2011) ha iniziato ad apparire necessario, governanti, mass media, istituzioni politiche, economiche, finanziarie si sono gettate a predicare la crescita come unico e certo rimedio alla crisi mondiale.

Sviluppo umano e disparità di genere

E come andrebbe misurata la crescita? Sembra quasi incredibile che imperversi il criterio del PIL (prodotto interno lordo), dopo più di venti anni di elaborazioni sulla sua intrinseca inadeguatezza a rendere conto in modo davvero significativo del benessere dei paesi – e certo ancora meno delle singole persone che li abitano. Né si è trattato di impuntature minoritarie e estremiste: basti ricordare che sin dal 1990 l’UNDP (United Nations Development Programme) pubblica ogni anno un Rapporto sullo sviluppo umano incentrato sull’adozione – e sul continuo riadattamento nel tempo, di volume in volume – di un indicatore composto, che insieme ai valori del PIL pro capite racchiude quelli relativi ai tassi di alfabetizzazione e di istruzione e all’aspettativa di vita. Alle radici di tale scelta vi è la convinzione che se il PIL pro capite può servire a valutare il tenore di vita, per dare conto delle dimensioni “umane” e non soltanto monetarie dei gradi di benessere non si possono ignorare aspetti quali i livelli di conoscenza e di salute. Per altro, la definizione dell’ISU (indice di Sviluppo Umano) viene presentata dallo stesso gruppo di lavoro che cura i rapporti annuali come una proposta che non esaurisce la complessità del problema, ma intende spostare l’attenzione dai puri andamenti in denaro alle condizioni concrete di vita. In un’edizione recente, ad esempio, possiamo leggere che:

Nonostante il concetto di sviluppo umano sia molto più ampio rispetto a quanto sia in grado di misurare un qualunque indice composto, l’ISU è una valida alternativa al valore del reddito come misura sintetica del benessere umano, e rappresenta un utile “punto di ingresso” alle copiose informazioni contenute nelle successive tavole di indicatori dei diversi aspetti dello sviluppo umano (UNDP 2005, p. 268).

Ogni volume, infatti, passa in rassegna una grande molteplicità di aspetti, in parte attraverso discussioni analitiche e studi di casi, in parte proponendo rappresentazioni quantitative, andamenti nel tempo, effetti misurati. Tra le questioni prese in esame ve ne sono numerose che attengono all’ambiente e agli impatti su di esso dei comportamenti umani; più avanti tornerò brevemente su queste linee di indagine e di concettualizzazione di processi che coinvolgono insieme ecologia e economia, per sollevare qualche domanda in tema di sostenibilità e vulnerabilità. Il punto su cui voglio soffermarmi ora ci riporta alle vicende del movimento delle donne su scala mondiale nel passaggio dagli anni ’80 agli anni ’90 del secolo scorso, quando emersero con sempre maggiore forza voci ed azioni di donne non soltanto capaci di articolare la critica del “malsviluppo” a partire dalle esperienze vissute, soprattutto nel Sud del mondo, ma intenzionate ad incidere sulle disparità e i dispoteri per modificare i rapporti segnati da genere, classe, razza (o meglio, razzismi). In quel contesto avvennero anche nuovi incroci tra femminismi di diverse regioni e culture e proprio il fatto che vite e lavori delle donne si plasmano attraverso relazioni più immediate e dirette con i processi naturali e con l’ambiente portò a elaborazioni e prese di posizione che si riconoscevano in una prospettiva ecofemminista. Cito qui Ecofeminism di Maria Mies e Vandana Shiva, pubblicato nel 1993: a partire dalla lotta per la sopravvivenza e da tanti movimenti di base del Sud del mondo, che “rifiutano radicalmente il modello di sviluppo capitalista-patriarcale prevalente nei paesi industrializzati”; ma a partire anche dalla tensione espressa da gruppi del Nord verso “una società ecologicamente sana, non basata sullo sfruttamento, giusta, non patriarcale, capace di auto sostenersi”, le due autrici mirano a delineare una prospettiva comune:

Abbiamo chiamato questa nuova visione la prospettiva della sussistenza o la prospettiva della sopravvivenza (Mies - Shiva 1993, p. 297).

D’altra parte, “il lavoro di sussistenza, inteso come lavoro di produzione e conservazione della vita […] fu ed è la precondizione per la sopravvivenza, e il grosso di questo lavoro è fatto dalle donne” (Ivi, pp. 297-298). Esigerne il riconoscimento fu una delle grandi spinte di quegli anni che riuscirono a incidere nel mondo intero sulle politiche e le culture. Come uno dei momenti più vivaci e intensi di conoscenza, confronto, scambio tra donne di tutto il pianeta, mi limito a ricordare qui il Forum delle organizzazioni non governative che nell’estate del 1995 portò più di trentamila donne a incontrarsi nei dintorni di Pechino, in occasione della IV Conferenza mondiale sulle donne indetta dalle Nazioni Unite. “Guardare al mondo con occhi di donna” fu la frase chiave che venne scelta in vista della Conferenza e la sollecitazione a cambiare le griglie mentali attraverso cui vengono letti i fenomeni venne posta in termini così incalzanti e forti che nell’ambito delle Nazioni Unite la stessa nozione di “sviluppo umano” venne rimessa in discussione, perché inadeguata – nella sua neutralità – a dare conto di quello che pure i rapporti già andavano segnalando sin dagli inizi come “divario di genere”. Nel VI volume, che uscì in preparazione di Pechino con il titolo La parte delle donne, accanto all’ISU venne introdotto un nuovo parametro: l’ISG (Indice dello sviluppo umano correlato al genere), costruito in modo da tenere presenti le diversificazioni tra donne e uomini nelle quote di reddito, nell’accesso all’alfabetizzazione e all’istruzione, nella speranza di vita. Come venne scritto in apertura del volume, non solo “in nessuna società le donne godono delle stesse opportunità di cui godono gli uomini”, ma dallo studio risulta che “la disuguaglianza di genere non dipende dal reddito nazionale” (UNDP 1995, pp. 12- 13). Si può ben comprendere come una simile, nuova rappresentazione della realtà e delle dinamiche in atto erodesse alle radici ogni discorso sul “progresso” che dovrebbe essere spontaneamente insito nell’estensione al mondo intero del modello produttivo e di mercato affermatosi a partire dall’Occidente. E si può altrettanto ben comprendere come e perché in quegli anni tante riflessioni di donne si concentrassero sulla critica radicale dello “sviluppo”, di fronte all’evidenza di quanto le disparità di genere non siano riducibili ad una difficoltà accessoria e provvisoria, destinata a risolversi grazie a miglioramenti e aggiustamenti, ma siano invece il pilastro delle distorsioni strutturali di un sistema economico e sociale che polarizza donne e uomini in rapporto alla scansione tra produzione e riproduzione.

Paradossi e controeffetti

In anni più recenti le scelte in sede UNDP sugli indicatori significativi sono ulteriormente cambiate e all’ISG è stato sostituito l’IDG (Indice di Diseguaglianza di Genere): cadute forse le ultime illusioni sullo “sviluppo” come criterio di riferimento positivo, vengono ora presi in conto gli svantaggi delle donne rispetto agli uomini, in modo da valutare come essi si ripercuotano in una compressione delle potenzialità non solo delle donne ma dell’intera dinamica sociale. Anziché limitarsi a fotografare l’esistente, ci si interroga su come gli assetti potrebbero essere diversi – e meno squilibrati per tutte e tutti, per l’umanità e per l’ambiente – se le donne avessero modo di dispiegare pienamente le loro capacità. Ancora una volta, però, a uno sguardo più attento appare come non bastino mai le cautele, specie rispetto ad indicatori che si sforzano di sintetizzare in un valore quantitativo un insieme complesso e variegato di aspetti. Voglio darne qui un esempio preciso, traendolo da una recente riflessione che mi è parsa molto incisiva; ragionando di “Indicatori, loro criticità e dintorni” e discutendo in particolare dell’IDG, Angela Calvo scrive:

Secondo l’ultimo rapporto dell’UNDP (2011), l’IDG mostra come le restrizioni alla salute riproduttiva contribuiscano alla disuguaglianza di genere non solo in termini di salute materna e infantile, ma anche per quanto riguarda le emissioni di CO2, in quanto se tutte le donne potessero esercitare scelte riproduttive la crescita della popolazione rallenterebbe abbastanza da portare le emissioni di anidride carbonica sotto i livelli attuali. Eppure, laddove le donne possono esercitare maggiormente le loro scelte riproduttive, anche l’ISU è più alto e quando l’ISU è più alto le emissioni di anidride carbonica aumentano […]: la lettura di questi indicatori va quindi affrontata con cautela (Calvo 2012, p. 2)

Non riporto il grafico che mostra la correlazione tra alto ISU e alta emissione di CO2; la contraddizione segnalata è a mio parere molto significativa: stabilire una connessione tra miglioramento della salute riproduttiva, rallentamento della crescita della popolazione, riduzione delle emissioni di CO2 è manifestamente semplicistico, a fronte dei ben più complessi legami tra alti valori dell’ISU nei paesi ricchi, organizzazione della produzione, dei trasporti, del mercato e stili di vita che proprio lì comportano maggiori emissioni. D’altra parte, interrogarsi sui nessi tra autodeterminazione delle donne, dinamiche demografiche, condizioni di vita sul pianeta mi sembra importante in relazione alle vicende dell’ecofemminismo negli ultimi quaranta anni. Facendo risalire le origini del “moderno movimento ecologista” al dibattito sulla sovrappopolazione e alle conseguenze devastanti che essa avrebbe avuto sulla terra, Janet Biehl (2011) ha ricordato recentemente l’esordio della nozione e del termine “ecofemminismo”, così come lo introdusse Françoise d’Eaubonne nel suo Le Fèminisme ou la mort, pubblicato nel 1974. Nel ragionamento della femminista francese, la questione decisiva stava non già in un indifferenziato “non riprodursi”, ma nella capacità delle donne di sottrarsi al “sistema del maschio”, per esercitare liberamente il controllo sulla propria fertilità, attraverso l’accesso alla contraccezione e all’aborto; in un testo pubblicato anni dopo, d’Eaubonne affermava:

Il primo rapporto dell’ecologia con la liberazione delle donne sta nella possibilità che queste ultime riprendano in mano la demografia, il che vuol dire riappropriarsi del corpo (d’Eaubonne 1990, cit. in Biehl 2011, p. 20).

Alla luce di quanto è poi accaduto, non mi pare che queste intenzioni originarie siamo rimaste al centro dei filoni in cui l’ecofemminismo è andato articolandosi negli anni successivi. In alcuni casi, anzi, a fondamento di una maggiore sensibilità delle donne verso l’ambiente è stato invocata la loro prerogativa di poter essere madri. Preferisco non addentrarmi in una discussione analitica delle diverse declinazioni che sono state date al rapporto tra donne e natura e tra identità di genere e consapevolezza ecologica; osservo soltanto che spesso viene fatta una grande scansione tra varianti essenzialiste e costruttiviste, spiritualiste e materialiste (scansione che per altro solca non soltanto il campo degli ecofemminismi ma anche quello dei femminismi). Mi sembra una distinzione efficace, sia per organizzare una prima griglia di lettura di panorami molto complessi sia soprattutto per tenere presente il rapporto tra pensieri e pratiche, elaborazioni teoriche e intenzioni politiche; sono infatti proprio queste ultime che maggiormente mi paiono poter dare senso alle autodefinizioni femministe ed ecofemministe, una volte che le si rapporti alla loro capacità di incidere sulle storture di genere del malsviluppo e sulle devastazioni che questo comporta nella vita delle donne così come nelle dinamiche ambientali. È in questa ottica che nelle pagine precedenti mi sono rifatta a Ecofeminism di Maria Mies e Vandana Shiva come a un testo che apre prospettive interessanti; le due autrici avvertono sin dall’inizio il rischio che corrono, compendiando troppe differenze (specie tra movimento del Sud e del Nord del mondo) “in un termine così universalistico come ‘ecofemminismo’” (Mies - Shiva 1993, p. 1) e tuttavia scelgono di farlo perché 

lasciando da parte queste differenze, condividiamo un impegno comune che emerge da una politica globale invisibile in cui donne di tutto il mondo sono immerse nella loro vita quotidiana; e [condividiamo] una convergenza di pensiero che scaturisce dalla nostra partecipazione agli sforzi delle donne che mantengono attivi i processi che ci sostengono (Ivi, p. 2).

Questa tensione verso una prospettiva femminista ed ecologista non coincide nei contenuti con quella proposta all’origine da Françoise d’Eaubonne; anzi, le due autrici negano che la sovrappopolazione sia la prima causa della distruzione ambientale: si veda il cap. 19 People or Population: Towards a New Ecology of Reproduction. Tuttavia, il nucleo che mi pare sia rimasto vivo e efficace – pur nella differenza dei posizionamenti e delle valutazioni – è quello per cui l’ecofemminismo è nato all’insegna della liberazione delle donne ed è riuscito a conservarne lo slancio.

Vulnerabilità ambientale e sociale, vite precarie, etica delle relazioni

Tra i controeffetti dell’espansione su scala mondiale del modello di sviluppo che il Nord del mondo è andato imponendo come necessario e unico, vanno annoverate le sempre più frequenti e gravi crisi: crisi ambientali e crisi economiche, data l’incidenza tanto fisica quanto sociale delle dinamiche in atto. È significativo che nell’ultimo decennio sono diventati numerosi gli studi per mettere a punto stime e criteri di valutazione adatti a descrivere i livelli di esposizione e le capacità di risposta ai diversi fattori di crisi. In particolare, molte ricerche si sono concentrate sulla nozione di “vulnerabilità ambientale” che in un rapporto del 2001 dell’IPCC (International Panel on the Climate Change) veniva così definita:

Il grado rispetto al quale un sistema è suscettibile, o incapace di fare fronte, ad effetti avversi del cambiamento climatico o di eventi estremi. La vulnerabilità è funzione del carattere, dell’ampiezza e del tasso di variazione climatica cui un sistema è esposto, alla sua sensibilità e alla sua capacità di adattamento (IPCC 2001, p. 995).

Altri studi in proposito sono stati condotti negli anni successivi e al concetto di vulnerabilità in senso biofisico se ne sono intrecciati vari altri, quale la vulnerabilità sociale, allargando l’ottica ai sistemi socio-ecologici; dei concetti si sono cercate proiezioni quantitative, con la proposta di indicatori di “vulnerabilità ambientale” oppure di “sostenibilità ambientale” o ancora di “benessere umano”. Anche nei rapporti UNDP degli anni più recenti si è posta attenzione a collegare i ragionamenti sullo sviluppo con quelli sulle varie forme di vulnerabilità, inclusa la diversa incidenza secondo cui esse si ripercuotono su donne e uomini. Può essere utile riportarne qui una breve sintesi:

Gli ultimi rapporti dell’UNDP (2007, 2008, 2010 e 2011) continuano a identificare le donne come soggetti più vulnerabili degli uomini ai rischi, principalmente perché sono maggiormente sottoposte a condizioni di povertà, data la diseguale distribuzione di diritti, risorse e potere. Ma non solo, la divisione del lavoro e i molteplici ruoli che sono assegnati alle donne incidono sulla loro maggiore condizione vulnerabile: rispetto al ruolo di riproduzione e alla cura dei bimbi rischiano l’insufficienza alimentare. Nella preparazione del cibo e nella provvisione dell’acqua sono soggette al fenomeno della siccità (che influisce sull’aumento delle distanze da percorrere), oltre a soffrire maggiormente della scarsità dei beni e dell’aumento dei prezzi sul mercato. I cambiamenti climatici, in tali contesti, rendono ancora più difficile la realizzazione dei diritti di base delle donne e la loro emancipazione, e al contrario aumentano l’ampiezza della gravità delle disparità subite (Tardivo 2012, p. 10)

Il legame da un punto di vista di genere tra gli aspetti agro-climatici e quelli socio-economico-culturali insiti nei fattori di vulnerabilità era stato al centro di uno studio redatto nel novembre 2001 da Ann Whitehead e Naila Kabeer (2001). Prendendo in esame varie situazioni in area rurale dell’Africa sub-sahariana, le autrici discutono ruoli e dinamiche all’interno delle unità familiari in rapporto ad ambienti – biofisici ed economici – caratterizzati da alti rischi di vulnerabilità e analizzano i vari modi in cui le donne sono svantaggiate rispetto agli uomini nel perseguire una sussistenza sicura. Negli stessi mesi, in tutt’altro contesto, la filosofa femminista Judith Butler si stava confrontando con la questione della vulnerabilità per cercare risposte agli eventi dell’11 settembre che riuscissero a rompere lo schema violenza-lutto-odiovendetta-violenza. In Vite precarie (Butler 2004) e poi in Critica della violenza etica (Butler 2005) lo sforzo intellettuale ed emotivo è quello di assumere fin nel profondo della coscienza di sé come soggetto morale la irriducibilità dell’esposizione all’altro-da-sé. Cito un passo dalla prefazione di Vite precarie, che mi pare disegni con grande forza la portata esistenziale e allo stesso tempo politica di questo riconoscimento cruciale:

Il rischio di poter subire noi stessi un danno, o che altri possano subirlo, l’essere esposti alla morte per il semplice capriccio altrui sono fattori che causano paura e angoscia. Quel che è meno certo è se l’esperienza di vulnerabilità e di perdita debba condurre necessariamente alla violenza e alla punizione militari. Ci sono altri percorsi. Se vogliamo mettere un freno alle spirali di violenza per produrre esiti meno violenti è importante chiedersi quale uso politico si possa fare dell’angoscia, ben oltre un mero grido di battaglia. Uno degli aspetti chiamati in causa dall’offesa è l’intuizione secondo cui là fuori ci sono altri da cui dipende la mia stessa vita. Persone che non conosco e non conoscerò mai. Questa inestricabile dipendenza da anonimi altri è una condizione a cui non posso sottrarmi volontariamente. Nessuna misura di sicurezza potrà impedire tale dipendenza, nessun atto violento di sovranità potrà liberarci da tale condizione (Butler 2004, trad. it. 2004, pp. 9-10).

Desidero concludere attorno a questo tema – l’assunzione radicale dell’essere soggetti interconnessi con altri soggetti e con il mondo – le considerazioni che ho esposto sin qui. Può apparire che mi sia allontanata molto dagli intrecci tra femminismi ed ecofemminismi che avevo scelto come argomento principale; credo però che non sia così, perché mi pare che ci sia un profondo legame tra coscienza del limite e coscienza delle interdipendenze e tra etica della responsabilità e etica delle relazioni. Non solo, ma nelle varie reti degli ecofemminismi l’impegno nonviolento e pacifista è stato uno dei primi e più tenaci filoni attorno a cui ci si è riconosciute in tante. Se Cernobyl segnò un punto di svolta per molte donne italiane e europee nella seconda metà degli anni ’80, nel 1979 l’incidente della centrale di Three Mile Island fece altrettanto negli Stati Uniti, dove anzi avvenne un’immediata saldatura tra l’opposizione al nucleare “civile” e a quello militare e più generalmente tra le prospettive ambientaliste e quelle pacifiste dei movimenti delle donne. A primavera del 1980 si tenne l’incontro “Women and Life on Earth: a conference on eco-feminism in the ’80’s” e di lì nacque un’iniziativa per cui a novembre dello stesso anno duemila donne circondarono il Pentagono nella “Women’s Pentagon Action”. “Women and Life on Earth” è tuttora il nome di un’associazione (si veda il sito www.wloe.org) con sede a Berlino, che si qualifica come “donne per la cooperazione internazionale per la pace, l’ecologia, la giustizia sociale”. Di recente mi è accaduto di incrociarne le attività, grazie ad una convergenza che si è stabilita tra di essa e la rete internazionale delle “Donne in Nero” di cui faccio parte, in un percorso comune “No alla Nato”. Anche questo caso è per me una conferma della valenza politica che mi sembra dare forza alla molteplicità delle prospettive dei femminismi ambientalisti e degli ecofemminismi.


Note

1 La categoria del “genere” si andava definendo in quegli anni; qui utilizzo il termine così come si è poi affermato, senza discutere quanto ne fosse esplicita o implicita la nozione nei dibattiti degli anni ’80.

2 Poco più di un anno dopo cercai di dare conto di quella vivacità di iniziative in un articolo pubblicato su “Reti. Pratiche e saperi di donne”, cui rimando chi avesse interesse per una rievocazione più precisa (Donini 1987).

3 L’uso della parola “risorse” richiede molta attenzione critica, per non cadere nel riduttivismo alienante degli assetti scientifico-tecnologici moderni e contemporanei che degradano la natura ad una somma di parti da scomporre, prelevare, trasformare secondo interessi umani. Si veda la bella critica che ne scrisse Vandana Shiva (1992). 

4 Non intendo assolutamente ascrivere con ciò Laura Conti alle prospettive delle femministe ed ecofemministe, con cui anzi fu sovente in polemica. Che essere donna e porsi in quanto donna siano dimensioni diverse anche in rapporto all’ecologia mi sembra un punto da tenere ben presente.

 

 

Bibliografia

Biehl Janet, Femminismo ed ecologia, un legame naturale?, in “Le Monde diplomatique – il manifesto”, maggio 2011, pp. 20-21.

Butler Judith, Precarious Life. The Powers of Mourning and Violence, Verso, London-New York 2004. [Vite precarie. Contro l’uso della violenza come risposta al lutto collettivo, a cura di Olivia Guaraldo, Meltemi editore, Roma 2004].

Butler Judith, Giving an Account of Oneself, Fordham University Press, New York 2005. [Critica della violenza etica, trad. it. di Federico Rahola, Feltrinelli, Milano 2006].

Calvo Angela, Indicatori, loro criticità e dintorni. Un breve cenno in relazione al lavoro IAO-Gender, Seminario “Sicurezza Alimentare, Sviluppo Rurale e Ambiente: una prospettiva di genere per l’efficacia dei programmi”, Istituto Agronomico per l’Oltremare – Ministero degli Affari Esteri, Firenze 18 gennaio 2012.

Carson Rachel, Silent Spring, Houghton Mifflin, Boston 1962. d’Eaubonne Françoise, Que pourrait-être une société écoféministe ?, in Libertè, égalité… et les femmes ?, L’Harmattan, Paris 1990.

Donini Elisabetta, Andar per scienza. Il sapere itinerante delle donne dopo Cernobyl, in “Reti. Pratiche e saperi di donne”, 1, settembre-ottobre 1987, pp. 19- 22.

Harding Sandra, The Science Question in Feminism, Open University Press, Milton Keynes 1986. IPCC, Third Assessment Report. Climate Change 2001, International Panel on the Climate Change 2001.

Keller Evelyn Fox-Grontkowski Christine R., The Mind’s Eye, in Sandra Harding - Merrill B. Hintikka (eds.), Discovering Reality. Feminist Perspectives on Epistemology, Metaphysics, Methodology and Philosophy of Science, Dordrecht, Reidel 1983, pp. 207-224.

Latouche Serge, Vers une société d’abondance frugale. Contresens et controverses sur la décroissance, 2011. [Per un’abbondanza frugale. Malintesi e controversie sulla decrescita, Bollati Boringhieri, trad. it. di Fabrizio Grillenzoni, Torino 2012].

Leonardi Grazia (a cura di), Scienza, potere, coscienza del limite. Dopo Cernobyl: oltre l’estraneità, Editori Riuniti Riviste, Roma 1986.

Meadows Donella H.-Meadows Dennis L.-Randers Jørgen-Behrens III William W., The Limits to Growth, The Club of Rome, Ginevra 1972.

[I limiti dello sviluppo, trad. it. e cura di Filippo Macaluso, Mondadori, Milano 1972]. Merchant Carolyn, The Death of Nature. Women, Ecology and the Scientific Revolution, Wildwood House, London 1979. [La morte della natura. Donne, ecologia e rivoluzione scientifica. Dalla Natura come organismo alla Natura come macchina, trad. it. di Libero Sosio, Garzanti, Milano 1988].

Mies Maria - Shiva Vandana, Ecofeminism, Zed Books, London 1993.

Shiva Vandana, Staying Alive. Women, Ecology and Development, Zed Books, London 1988. [Sopravvivere allo sviluppo, trad. it. di Marinella Correggia, Isedi, Torino 1990].

Shiva Vandana, Resources, in W. Sachs (ed.), The Development Dictionary: A Guide to Knowledge as Power, Zed Books, London 1992. [Dizionario dello sviluppo, trad. it. di Marco Giovagnoli, Gruppo Abele, Torino 1998].