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3 - Partita a tre

 

...chi ti ascolta afferra le chiavi che gli offri, ma per rileggere la sua esperienza...e far crescere, non solo assorbire, un pensiero ...

 


 

"Partita a Tre"

Intervista di Ida Dominijanni a Luisa Muraro

Pubblicato originariamente su «Alias»  (supplemento culturale de Il Manifesto)  il  31 dicembre 1999

 


La logica dell’identità della grande civiltà maschile è arrivata alla ripetizione pura.
Sulla differenza sessuale si gioca un conflitto donne-donne-uomini che non riguarda solo la condizione femminile
ma un nuovo paradigma dell’esistenza
e il tipo di risposta da dare alla crisi novecentesca che ristagna se se stessa.

Come far riaccadere il femminismo senza ricadere nella trappola della sfida fallica,
che permane oltre il patriarcato?

Secolo tragico, luttuoso, da consegnare volentieri alla storia:
la damnatio memoriae in voga nell’euforia liberal democratica degli anni ‘90
non rende ragione della grandezza del Novecento e delle sue rivoluzioni.
Fra le altre, e diversamente dalle altre non tragicamente finita ma pienamente in corso,
quella femminile .

Una mutazione della specie, un passaggio di civiltà, uno spostamento senza ritorno
sulla cartografia della vita privata e pubblica che ha fatto dichiarare dall’Economist di qualche anno fa,
prima che dal femminismo della differenza italiano, la fine del patriarcato.
Rivoluzione planetaria, nelle sue variegate piegature, come dimostra la centralità
del tema «donne» nelle strategie internazionali delle grandi agenzie dello sviluppo
e la centralità della parola femminile nello spiazzarle,
smarcando i termini consolidati delle contraddizioni fra locale e globale,
modernità e arretratezza, uguaglianza e differenza,
universalismo e identità.

Rivoluzione tuttavia difficile da misurare. Si possono in qualche contabilizzare la padronanza femminile sulla procreazione
e l’invasione della scuola e del mercato del lavoro;
ma è impossibile mettere sul pallottoliere dei dati la libertà guadagnata,
l’autonomia dalle misure maschili dell’esistenza, la riscrittura dei legami famigliari,
l’allentamento della dipendenza nei rapporti d’amore,
la costruzione di relazioni sociali fra donne.
Conflitti interpretativi su questi bilanci: nel mondo politico delle donne
(ne parla un numero di fine secolo del network di femministe sudamericane Fempress)
che non sempre riesce a vedere la continuazione della rivoluzione fem
minile oltre i movimenti femministi degli anni ‘70
o a sganciare le sorti da quelle più controverse di altre rivoluzioni, democratiche e socialiste.
E fuori, nello sguardo sulle donne.

Qui, colpisce lo jato fra una cultura politica attardata sul paradigma emancipazionista tradizionale, solita litania
per cui al volo delle donne mancherebbe sempre qualcosa,
cioè posti di potere e parità col sesso al potere,
e i segni eclatanti del cambiamento avvenuto che ci rinvia invece l’immaginario,
col cinema di fine secolo che mette sempre il desiderio femminile al centro del plot
e la crisi maschile in dissolvenza Kubrick, Jane Campion, Almodovar parlano da soli.

 

Perciò comincio da qui a discutere con Luisa Muraro di che cosa significhi, nel passaggio d’epoca, la differenza sessuale, ed è rileggendo il testo di Almodovar, calzante come un guanto all’argomento, che lei comincia a rispondere.

«I protagonisti più vivi del film - due donne che diventano madri e la madre di una di loro, l’attrice, i travestiti - sono tutti caratterizzati dal fatto che vivono sporgendosi verso qualcosa d’altro da se verso il figlio, verso l’alterità dell’interpretazione teatrale, verso l’altro sesso. Gli uomini-uomini quelli che si riconoscono interamente nell’identità maschile, sono dei relitti: il vecchio che ripete meccanicamente la stessa domanda, ‘quanto sei alta quanto pesi’, residuo senile dei suoi rapporti con le donne, il prim’attore che ripete compulsivamente la stessa richiesta sessuale. I1 messaggio è che la logica dell’identità della grande civiltà maschile è arrivata alla ripetizione pura, e che oggi l’elemento dinamico sta in questo senso femminile dell’alterità e della non coincidenza fra sé e sé, rappresentato nel film dalle donne e dai travestiti. Una lettura del presente, ma anche un invito a vedere retrospettivamente un dinamismo della storia umana che è rimasto occultato nella logica dell’identità degli uomini uomini.
 

Il senso della differenza sessuale sta dunque in questa non coincidenza fra sé e sé, e in questo sapersi sporgere su altro e suIl’altro: sono d’accordo su questa interpretazione antiidentitaria della differenza. Però nel senso comune, maschile e femminile, il femminismo viene inteso all’opposto, come affermazione d’identità femminile, contro gli uomini e per la parità con gli uomini. 

Infatti. Sono due interpretazioni in conflitto da sempre anche dentro il femminismo, che fin dall’inizio è stato, ed è tuttora, un campo conflittuale fra quelle che vogliono affermare il senso libero della differenza femminile e quelle che rivendicano parità, fra quelle che sentono di essere implicate in un cambiamento profondo della realtà storica e quelle che vogliono semplicemente contare di più. Il senso comune ha recepito la versione che gli corrisponde di più, cioè la meno dirompente. Con una virata importante qualche anno fa, quando s’è cominciata a diffondere l’idea - il Pais di qualche settimana fa la evidenziava in un sondaggio fra i giovani spagnoli - che le donne non sono uguali agli uomini bensì migliori ma anche in questi termini, pur sempre di una affermazione identitaria si tratta, con la misura maschile che continua a valere come metro universale. 
Questa divisione che passa nel femminismo corrisponde a un conflitto più largo che si gioca nella nostra società sulla soluzione da dare alla krisis da cui tutto il secolo ventesimo, dalla politica alla matematica, è stato attraversato. C’è una tendenza a vedere l’immissione delle donne nello sviluppo, nella modernizzazione, nella politica, nelle caserme, come un apporto positivo per dare soluzione a questa crisi che ristagna su se stessa. Le agenzie internazionali leggono così i dati sulla condizione femminile, e il femminismo paritario va nella stessa questa direzione, in Italia come dappertutto (in Francia ad esempio, dove le femministe vogliono la «democrazia paritaria» col 50% degli organismi rappresentativi a ciascun sesso: è una posizione che ufficialmente si preoccupa della questione femminile, in realtà vuole risolvere così un problema di civiltà. L’altra posizione, quella del femminismo della differenza, va oltre questo ovvio traguardo paritario, ha l’ambizione di inaugurare un altro tempo, dice che nel vecchio che cade a pezzi c’è già dell’altro, e che noi siamo già quest’altra cosa (com’era già chiaro a Carla Lonzi quando nel ‘74 scrisse Sputiamo su Hegel). Sottolineo due cose: che non stiamo parlando di un conflitto donne- uomini, bensì donne-donne-uomini, un campo in cui le donne compaiono due volte, in un duplice dinamismo che riguarda i rapporti fra loro e con l’altro sesso. E che non è solo questione di donne o delle donne: ne va di un altro paradigma, di un altro senso dell’esistenza e un altro senso dell’essere, per usare una terminologia filosofica, che congeda tutti i termini con cui la crisi è stata finora pensata.

 

Femminismo diviso da sempre fra politica della parità e politica della differenza. E nel senso comune ha prevalso, prevale la prima. Per quelle come noi che sono state fin dall’inizio dalla parte della politica della differenza, conviene mantenere questo nome, «femminismo ? 
O è un nome bruciato dalla sua recezione paritaria, rivendicativa, fallica?

Il problema, lo sai, non è nuovo. Se lo poneva già Virginia Woolf nel ‘38, quando ne Le tre ghinee scriveva che «femminismo» era «una parola corrotta, una parola da brucia re», perché aveva preso a significare solo rivendicazione di diritti...
Non è nei poteri di nessuno buttare via certe parole: le parole hanno una vita propria di cui noi non disponiamo - questo vale anche per la parola «comunismo». Anch’io sono stata tentata di prendere le distanze dai termine «femminismo» e di cercare una parola nuova per dire il movimento della differenza. Adesso non più, anche grazie a Lia Cigarini che mi ha fatto vedere il femminismo come il campo di battaglia tuttora aperto che dicevo poco fa, un polemos fecondo che non si è ancora esaurito. Una parola nuova - forse verrà, forse no. Oltretutto, come dice Lia, la parola «femminismo» è una parola densa, spessa, forse non soddisfacente, ma che tuttora mette in difficoltà - mi ricordo quelle che all’inizio del femminismo dicevano sempre «non sono femminista, ma...» - e che perciò si tende a far fuori. Dunque è una parola che finché non decade, vale. 
Rinunciarci significherebbe consegnarla interamente al femminismo della parità, abbandonare questo polemos che passa attraverso le donne ma, come Virginia Woolf aveva perfettamente intuito, riguarda i destini dell’umanità. E non solo in occidente: in un convegno dell’estate scorsa a Sana’a, nello Yemen, ho percepito con nettezza che i termini essenziali del conflitto sono gli stessi anche nei paesi islamici.
 

Su «Noidonne» e su «Fempress» hai annunciato di recente cinque lezioni sul femminismo che terrai nel 2000 all’università di Verona. E hai aggiunto: non per trasmetterlo, ma per farlo riaccadere. Non avevamo detto che il femminismo non si insegna, casomai si contagia? E che intendi per farlo riaccadere»?

Le pratiche non si insegnano, si mostrano; il femminismo si può insegnare.
Ma come tutto ciò che appartiene a un’esperienza umana, scontando un decalage fra quello che è stato il tuo vissuto e quello che riesci a dire, e mettendolo all’opera nella pratica docente: con un mancamento della parola che apra un vuoto, nel quale chi ti ascolta afferra le chiavi che gli offri, ma per rileggere la sua esperienza, diversa dalla tua, e far crescere, non solo assorbire, un pensiero. «Far riaccadere» il femminismo significa questo, farlo conoscere attraverso qualcosa che non è accaduto e che può accadere, traghettarlo non con l’insegnamento accademico ma dentro una relazione viva, che incoraggi il protagonismo di chi ascolta.
Forse il comunismo ha mancato questo senso della soggettività, per questo si è così ossificato.

 

Parliamo delle giovani,  quelle che sono nate dopo la generazione delle femministe «storiche», le eredi o,  come le chiama l’ultimo numero  di «Via Dogana», le ereditiere. 

Leggendo quello che scrivono di sé, mi pare di scorgere un rischio capovolto rispetto a quello dei nostri inizi: noi rischiavamo troppa introversione, adesso forse c’è troppa estroversione.
Noi, partendo dalla sessualità, stentavamo ad arrivare all’esistenza sociale, loro partono da una esistenza sociale già guadagnata e stentano, dicono, ad entrare al contatto con se stesse. Se penso a che cosa, del femminismo, dovrebbe riaccadere, penso anche a questo: una nuova interrogazione sulla sessualità, il godimento, il piacere; per le ereditiere, ma anche per noi.
La questione della sessualità si è decantata nella cultura di oggi rispetto a pochi decenni fa, anzi è come sprofondata, si è inabissata: i corpi sono presenti oggi più nella macelleria della guerra che nel discorso sul piacere. Che io ritrovo piuttosto nella tradizione mistica femminile, una scrittura distillata da una percezione viva del corpo e del suo godimento...
Quello che difetta, dal punto di vista della ricerca teorica ma ormai, sottolineo, ci siamo  è un ripensamento, nella pratica e nella teoria, del primato del fallo. Che, se permane com’è, porta allo spegnimento della sessualità di uomini e donne, perché si va spostando dal corpo su altri
territori...

Ancora primato del fallo, a tempi di fine del patriarcato? - - - - 

L’idea che il desiderio o è maschile o non è, fondamento della teoria psicoanalitica e politica elaborata da Lacan sulla scorta di Freud, cioè dell’ultima grande teoria patriarcale, può portare la supremazia maschile oltre il patriarcato. Voglio dire che nel momento in cui il patriarcato viene meno, il primato del fallo, l’imposizione di una modalità fallica dell’esistenza umana, rischia di restare e di estendersi anche alle donne. 
Ed è una ipoteca gravissima sulla nostra libertà, sessualità, capacità di creare mondo, perché ci impone una dimensione simbolica di efficienza autoaffermazione, competizione; pretende di farci stare alla modalità maschile. Su questo gli uomini ci fanno ballare, perché noi non abbiamo alternative simboliche, socialmente visibili, alla sfida fallica, se non l’istinto di tirarci indietro. Se non troviamo pratiche, linguaggi, costumi della differenza femminile nella vita pubblica, che mostrino la modalità diversa del desiderio femminile che si è sprigionata nelle relazione fra donne (e che lo stesso Lacan pare avesse intravisto a un certo punto), resteremo sul terreno della sfida fallica con gli uomini.
L'eclissarsi della sessualità, e del contatto fra sessualità e discorso che abbiamo scoperto nel femminismo, è imputabile a questa insufficiente polemica col regime fallico.

 

Non c’è anche una crisi della sessualità maschile, in questo riproporsi del primato del fallo spostato dal corpo su altri territori? A me sembra che anche gli uomini siano ingabbiati - stiffed, fottuti, come scrive Susan Faludi  nella scissione fra sfida fallica ed erotismo, e che noi ne sappiamo troppo poco. 

Nel film di Almodovar questa crisi in effetti compare... Non so, mi domando se l’ordine fallico preveda un piacere diverso da quello del potere. Nelle donne c’è perdita secca di piacere, negli uomini non lo so: l’elemento fallico irradia erotismo sul potere, sulla guerra, sugli studi ovali... So però qual è la risposta maschile a livello degli scambi e degli incontri pubblici con noi: completa sordità all’originalità dell’esperienza e dell’intelligenza femminile. L’ordine fallico è minaccioso sul nostro piacere della parola, dello stare insieme, della ricerca: negli incontri fra donne c’è un agio che con gli uomini si perde.
 

A proposito di Freud e Lacan, una domanda di rito: che portiamo, della cultura del Novecento, nel Duemila? 

Curiosamente sembra che tocchi a noi, che pure ne abbiamo contestato la matrice patriarcale, «traghettare» nel 2000 la svolta psicoanalitica d’inizio secolo che tutto, nella cultura dl oggi, tende a rimuovere...
Freud non si può licenziare come se fosse passato di moda, Lacan è stato un pensatore del fallo -centrismo, ma un grande pensatore. 
Queste, come altre grandi costruzioni teoriche e scientifiche, sono validissime ma forzate: viziate dalla forzatura del soggetto maschile di pensarsi come soggetto universale, come se non ci fosse altro, l’altra. Le ultime filosofie del ‘900 hanno nominato e anche estremizzato l’alterità, ma senza riuscire a praticarla; del resto, che si chiami Freud, Foucault, Levi-Strauss il filosofo non parte mai dalla sua dipendenza dalla donna nel piacere e nella procreazione, ma la traduce in autosufficienza... Restituire vita alle loro parole vuol dire rileggerle oltre questa forzatura.


Pubblicato originariamente su «Alias» (supplemento culturale de Il Manifesto) – 31 dicembre 1999

Anno: 
Dicembre 1999

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